Psicoterapia e falsi miti

A qualsiasi persona può capitare nel corso della propria vita di incontrare momenti di difficoltà, di fragilità e incertezza e per affrontarli potrebbe essere utile avviare un percorso di psicoterapia.

Riconoscere di aver bisogno di aiuto non basta tuttavia per ricercare il supporto necessario: da un lato le resistenze individuali al cambiamento agiscono, spesso inconsapevolmente, per mantenere lo status quo; dall’altro alcune “false credenze” rispetto a cosa sia una psicoterapia e a come si svolge, contribuiscono a rendere ancora più difficile la presa in carico del proprio malessere. 

Vediamo quindi i principali “falsi miti” che ruotano attorno alla psicoterapia e cerchiamo di fare chiarezza per poter accedere con consapevolezza a questo importante strumento di riflessione su di sé e cambiamento.

Se vai in terapia vuol dire che hai seri problemi”

Quante volte abbiamo sentito questa frase!

La psicoterapia è spesso vista come materia per persone con gravi disturbi psichici e quindi di per sé questo basta per non inquadrarla come uno degli strumenti a disposizione per affrontare un disagio contenuto o più semplicemente per conoscersi meglio. 

L’obiettivo di una buona psicoterapia è la consapevolezza dei nostri pensieri, emozioni e comportamenti, consapevolezza che ci porterà a realizzare il cambiamento che pensiamo utile per noi e ad essere artefici della nostra felicità. Questo vuol dire che la psicoterapia può concentrarsi su tematiche specifiche (ad esempio: attacchi di panico, crisi d’ansia, difficoltà di concepimento, difficoltà al lavoro, insoddisfazioni coniugali, difficoltà nel rapporto con i figli) o riguardare il complesso delle nostre relazioni e della nostra qualità di vita (ad esempio: depressione, insoddisfazione generalizzata). 

Può anche semplicemente essere uno strumento per conoscere meglio sé, anche in assenza di problemi rilevanti, e per capire l’origine e le motivazioni di un certo nostro modo di stare al mondo, magari sviluppando aree della nostra personalità che non hanno avuto fino a quel momento possibilità di esprimersi.

 

“Quando inizi, non sai mai quando finisci”

Ogni psicoterapia è una storia a sé e non esiste una durata standard, anche perché la lunghezza o meno di un percorso dipende dagli obiettivi che paziente e terapeuta definiscono insieme

In alcune situazioni, su obiettivi molto ristretti di chiarimento, possono bastare pochi incontri. Dove si desidera  un cambiamento profondo e duraturo, può essere necessario un lavoro di due/tre anni. Altre volte invece, è necessario più tempo.

La frequenza solitamente è di un incontro di 50 minuti a settimana, ma può anche essere bisettimanale o altro in funzione dello specifico paziente.

In ogni caso il o la paziente in ogni momento ha la possibilità di interrompere il percorso se non lo considera più utile alla sua evoluzione. L’unico vincolo rispetto a questo è un incontro di condivisione delle ragioni con il/la terapeuta.

 

“Dovrò sdraiarmi su un lettino”

L’immagine che prevale è quella del/della paziente sdraiato/a sul lettino con alle spalle un/una professionista che prende appunti. 

Si tratta però di un modo di fare psicoterapia ormai poco attuale: le modalità oggi sono molto diverse. Paziente e terapeuta sono seduti di fronte,spesso su comodi divani o comunque in un ambiente del tutto informale e molto diverso da uno studio medico.

Perché non c’è l’idea di una malattia da curare ma di una storia da raccontare e di cui cogliere il senso insieme.

 

“E se diventerò dipendente dallo/dalla psicoterapeuta?”

La qualità della relazione tra paziente e terapeuta è certamente un aspetto molto importante per il buon funzionamento di una psicoterapia.

Occorre un’alleanza che si costruisce nel tempo, fatta, da parte del/della terapeuta di fiducia, sostegno, comprensione, aspetti che certamente rendono il/la terapeuta una figura importante per la persona. 

Ma ciò non significa sottomissione o dipendenza “non sana”. 

Il/la terapeuta guarda sempre al/alla paziente come un individuo adulto capace di prendere le decisioni migliori per sé e con tutte le risorse necessarie per raggiungere gli obiettivi che si prefigge: non si sostituisce mai al paziente, suggerendo come agire, proponendo soluzioni, facendo interpretazioni. La relazione è paritaria, pur con le ovvie differenze di ruolo e competenza.

 

“Dovrò andare a rivangare la mia infanzia e il mio rapporto con i genitori”

La nostra infanzia è certamente un punto di partenza importante per capire come siamo oggi e per risolvere problematiche affettive profonde. 

Ma non necessariamente questi aspetti dovranno essere oggetto, da subito o in generale, della psicoterapia, soprattutto se focalizzata su ambiti molto circoscritti. Saranno paziente e terapeuta insieme, in funzione degli obiettivi condivisi e dell’andamento della relazione, ad ampliare o circoscrivere gli ambiti di analisi e consapevolezza. 

 

“Sarà un percorso di sofferenza”

Se guardarsi dentro può portare alla luce bisogni insoddisfatti o sofferenze di vario livello, è altrettanto vero che la maggior parte del cammino in una psicoterapia riguarda il cambiamento, la rinascita, la riscoperta e la ri-sperimentazione di sé.

Non solo quindi dolore, ma anche gioia, potenza, soddisfazione e finalmente felicità, la propria. 

 

“Dove trovo un/una terapeuta di cui fidarmi?”

La scelta del/della terapeuta è un momento molto importante. Il/la terapeuta deve essere una persona sensibile, preparata e matura. 

Esistono molti centri di psicoterapia e molti studi privati tra cui non sempre è facile scegliere. Il modo migliore è raccogliere informazioni sull’orientamento e poi provare alcuni colloqui. Per rendersi conto se il/la terapeuta è quello giusto/a per noi, fidiamoci della nostra intuizione, esprimendo sinceramente le eventuali perplessità e ascoltando la sua risposta. 

Se continuiamo a non fidarci o abbiamo motivi per non essere convinti forse è meglio cercare un’altra persona.

In ogni momento infatti,è possibile cambiare.

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